Messina

Cosa Vedere

IL DUOMO

Cattedrale Messina

La cattedrale è stata più volte danneggiata da incendi e terremoti ma nonostante tutto si è mantenuta l’antica struttura architettonica normanna. Risale al 1120, fù costruita per volere del re normanno Ruggero II.

La parte più antica, ancora in piedi, è la parte inferiore della facciata con inserimenti  di bande di marmo.
L’interno della cattedrale è meraviglioso.Spiccano preziosi marmi, mosaici, quadri, statue e il tetto in legno decorato.

Vi è anche custodita la stata argentea della Madonna della Lettera, patrona di Messina, realizzata nei primi anni del 1900.

Importante la presenza di un organo maestoso realizzato dall’azienda  Tamburini. Grazie a quasi 16.000 canne distribuite nella Cattedrale è il secondo più grande d’Italia, dopo quello di Milano; uno dei più grandi in Europa.

Sicuramente è il monumento più rappresentativo di Messina. Non si può non visitare!

I TESORI DEL DUOMO DI MESSINA

Sala Tesoro del Duomo Messina -Hotel Donato

© MessinArte

Nel Museo del Tesoro del Duomo, inaugurato in occasione del Giubileo del 2000,  sonocustodite oltre quattrocento opere databili dal XII al XX secolo di orafi e argentieri messinesi.

Il reperto di assoluto valore, sia per l’aspetto  artistico che morale è la Manta d’orodella Madonna della Lettera, realizzata nel 1668 dall’orafo Innocenzo Mangani, cesellata d’oro e tempestata di pietre preziose.

Orari  (Possono cambiare durante il periodo dell’anno. Chiedete informazioni alla reception)

Lunedì 10:00 – 13:00
Martedi 09:30 – 15:30
Mercoledì 10:00 – 13:00
Giovedì 10:00 – 13:00
Venerdì 10:00 – 13:00
Sabato 10:00 – 13:00
Domenica Chiuso

IL CAMPANILE

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La storia della Torre del Campanile del Duomo di Messina è travagliata, come del resto quella dell’intera Cattedrale.
E’ stata più volte rasa al suolo a causa di intemperie (colpito da un fulmine) e terremoti (1783 -1908).
Nel 1933 per volontà dell’Arcivescovo Paino, i fratelli Ungerer di Strasburgo hanno realizzato un maestoso orologio astronomico collocato proprio nella torre del Campanile della Cattedrale.

Ogni giorno alle 12:00, grazie ad un complesso sistema di contrappesi, delle statue bronzee si muovono e raccontano la storia civile e religiosa della città di Messina.
Lo “spettacolo” inizia con un rintocco di campane. Possiamo poi osservare la statua di un leone rampante, simbolo di forza, che ruggisce, agita la bandiera con il vessillo della città e muove la coda. Un gallo, simbolo di operosità , spiega le ali e canta
Dina e Clarenza ,eroine della città di Messina, suonano le campane. Ci sono anche altre scene.

Solitamente  si dice che l’orologio meccanico-astronomico fa:

RUGGIRE IL LEONE
CANTARE IL GALLO
MUOVERE L’ANGELO
BENEDIRE LA MADONNA
APPARIRE GESU’
VOLARE LA COLOMBA
SORGERE LA CHIESA
FALCIARE LA MORTE
PASSARE I GIORNI

FONTANA DEL NETTUNO

Fontana Nettuno a Messina

La fontana del Nettuno è ubicata in Piazza Unità d’Italia.
Come molte altre fontane di Messina, anche quella del Nettuno ha avuto un destino “movimentato”.
Il monumento marmoreo, realizzato nel 1557 dallo scultore fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli (1507-1563), collaboratore di Michelangelo (lo stile del gruppo scultoreo denuncia in effetti un’evidente ispirazione michelangiolesca), fu inizialmente collocato nella zona del porto, sulla grande curva che avrebbe di lì a poco ospitato la famosa “Palazzata” barocca di Simone Gullì, un imponente edificio che andrà distrutto nel terremoto del 1783.
La Fontana del Nettuno – immaginata dall’autore quale allegoria della Città dello Stretto che con la sua potenza domina le ostilità della natura: così Nettuno incatena i due mostri marini Scilla e Cariddi – aveva le spalle rivolte al mare, e tale posizione suggerì una caustica interpretazione popolare che vi leggeva un chiaro dileggio nei confronti del dirimpettaio popolo calabrese (in realtà, Nettuno guardava verso Messina donandole le ricchezze del mare).
Nel 1934 – dopo vari danneggiamenti bellici che costrinsero la sostituzione delle statue originali con copie – fu spostata nell’attuale sito, subendo contestualmente una rotazione di 180 gradi, così che oggi la divinità guarda verso il mare.
Al di là delle prospettive marine o terrestri, bellissima.

SACRARIO DI CRISTO RE

Santuario Cristo Re - Messina

Il tempio fu edificato sui resti del castello di Matagrifone del quale è pervenuta, inglobata alla base, una delle torri. Progettato da Giovanni Battista Milani nel 1937, troneggia sulla città con la sua grande cupola e le sue forme richiamano l’architettura del messinese Filippo Juvara, in particolare la basilica di Superga sul colle omonimo a Torino.
L’edificio in stile barocco si presenta a forma ottagonale irregolare con una grande cupola segnata da otto costoloni alla base dei quali vi sono otto statue di bronzo, opere di Teofilo Raggio, raffiguranti le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità; le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, per ultima la virtù allegoria della Religione che le comprende tutte. Sulla cupola vi è collocata una lanterna alta sei metri ed una palla del diametro di un metro sulla quale sopra si erge la croce.
Nella scalinata d’ingresso è collocata la statua di Cristo Re, opera eseguita da Tore Edmondo Calabrò. Sul portale le allegorie dell’Europa e di Messina.
Il sacrario custodisce i resti di 1288 caduti del secondo conflitto mondiale, 161 gli ignoti, gran parte dei quali rimasti uccisi durante la difesa della Sicilia, e di 110 caduti del primo conflitto mondiale.

 CHIESA SS .ANNUNZIATA DEI CATALANI



La Chiesa SS. Annunziata dei Catalani XII secolo, gioiello d’arte arabo-normanna con componenti bizantini, è uno dei pochi grandi monumenti che hanno resistito alle devastazioni dei terremoti e alla furia delle bombe incendiarie degli eventi bellici, disastroso il danno artistico-architettonico procurato dagli americani nell’ultimo conflitto mondiale.
Questa splendida chiesa, sia pure nei pressi del Porto, ha resistito ed oggi sta a testimoniare la grande arte araba, normanna e bizantina in Sicilia. Dell’originario impianto della Chiesa SS. Annunziata dei Catalani, si ammira tutta la parte absidale, col transetto sormontato da una cupoletta dal tamburo cilindrico ad arcate cieche su piccole colonne e strette finestre, dai vivaci ed armonici motivi geometrici. La chiesa, priva dell’originario patrimonio di opere d’arte, come del resto tutti i monumenti antichi di Messina, è una basilica a croce latina con tre navate che si trovano innestate su un transetto preceduto da archi. La facciata è composta di tre porte, sopra quella centrale si trova uno stemma catalano a forma di rombo, le due porte laterali, diverse da quella centrale, sono architravate. Nel sottosuolo vi è la cripta che si snoda sotto il transetto ed è costituita da più locali di cui il principale ha forma rettangolare con volta in muratura ed altare rustico. La Chiesa, restaurata più volte nel corso dei secoli, sorge a una quota più bassa dell’odierno livello stradale evidenziando come, per l’ammasso delle macerie del terremoto del 28 dicembre 1908, la città fu ricostruita a una quota di qualche metro più elevata. Ormai una peculiarità questa (ne avremmo fatto volentieri a meno) che al disattento turista non risulta poi così evidente ma che drammaticamente pone la questione della cancellazione di un tessuto urbano artisticamente e storicamente tra i più importanti di tutta l’area del Mediterraneo.

(Fonte Messina città eroica)
(Fonte Wikipedia)
(Fonte Scirokko.it)
(Fonte Lettera Emme)

Miti e leggende

SCILLA E CARIDDI

iconografia dei mostri Scilla e Cariddi

Sin dai tempi più remoti, lo Stretto di Messina è sempre stato un luogo ricco di suggestione e di fascino che ha contribuito significativamente a creare i tanti miti ad esso connesso. La navigazione dello Stretto, infatti, ebbe nell’antichità una bruttissima fama e realmente presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari.
A volte, le correnti raggiungono una velocità di 9 Km all’ora e scontrandosi danno luogo a enormi vortici che sicuramente terrorizzavano i naviganti. I più noti sono quello che gli antichi chiamarono Cariddi , che si forma davanti alla spiaggia del Faro e l’altro Scilla, che si forma sulla costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Questi due vortici famosi derivano dall’urto delle acque contro Punta Peloro e Punta Torre Cavallo.
Cariddi è accompagnato talvolta da un rimescolarsi delle acque così violente da mettere in pericolo le piccole imbarcazioni. Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell’antica Messina, la più nota è, senza dubbio, la leggenda che ricorda l’esistenza del mostro Cariddi, mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina.
Di Cariddi si sa ben poco ed anzi vi sono anche alcune incongruenze intorno alla sua storia.
Per alcuni infatti, Cariddi era una ninfa, figlia di Poseidone (il mare) e di Gea (la terra) ed  era continuamente tormentata da una grande voracità. Si narra che avrebbe rubato e divorato i buoi di Eracle che era passato dallo Stretto.

(Fonte Guida Sicilia)

FATA MORGANA

Al tempo della conquista barbara uno dei re conquistatori arrivò in Calabria e si trovò davanti un’isola meravigliosa con al centro una montagna che emanava fumo e fuoco. Stava meditando su come fare per raggiungerla e conquistarla, quando gli apparve una donna bellissima che gli disse: “Vedo che guardi quella meravigliosa isola e ne ammiri le distese di aranci e ulivi, i dolci declivi ed il suo magico vulcano. Io posso donartela se la vuoi.” Era agosto, il mare era tranquillo e neppure un alito di vento turbava la pace e la serenità del luogo, l’aria era tersa e limpida e davanti agli occhi del re barbaro accadde uno strano fenomeno: la Sicilia era vicinissima, si potevano vedere chiaramente gli alberi da frutto, il monte che vomitava fuoco e perfino gli uomini che scaricavano merci dalle navi. Il re barbaro si buttò in acqua sicuro di poterla raggiungere con pochi passi. Mentre il re barbaro affogava, la fata Morgana sorrideva.

Ancora oggi si verifica questo strano fenomeno per cui, nelle giornate particolarmente terse di agosto e settembre, la Sicilia sembra vicinissima alla Calabria e se ne possono distinguere distintamente campi, case e colline; infatti la fata Morgana non è altro che un fenomeno ottico che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell’isola di Favignana a causa di particolari condizioni atmosferiche. Guardando da Messina verso la Calabria, si vede come sospesa nell’aria l’immagine di Messina e, viceversa, guardando da Reggio Calabria verso Capo Peloro, si vede nello stretto Reggio.

(Fonte Tanogabo)

COLAPESCE- L’UOMO CHE SOSTIENE LA SICILIA

Cola (Nicola) viveva nei pressi di Capo Peloro a Messina e passava tutte le sue intere giornate più in mare che sulla terraferma.
Il mare era tutta la sua vita, la sua passione, ed esplorare i fondali silenziosi e immensi lo rendeva più libero e vivo.
Ma questa sua passione non era ben vista dalla madre, perché molte volte il ragazzo aveva il vizio di ributtare il pescato al mare, tanto più che un giorno la disperata lo maledisse pronunciando questa frase: «Che tu possa diventar come un pesce!» Detto fatto!

Col passare del tempo la sua pelle divenne sempre più squamosa, le mani e i piedi simili a delle pinne. La sua fama si diffuse in tutta la Sicilia, raggiungendo la corte del re Ruggero (anche se molte versioni della leggenda riportano l’Imperatore Federico II di Svevia).
Il re volle conoscerlo e giunse così a Messina dove mise subito alla prova le sue abilità marine gettando in mare una coppa d’oro.
Colapesce si gettò subito in mare recuperando il prezioso oggetto.
Il re lo premiò, ma lo sottomise subito ad altre due prove. Il re questa volta gettò una corona in un punto particolarmente profondo del mare e mentre Colapesce la cercava, vide che la Sicilia poggiava su tre colonne: due erano intatte mentre la terza era consumata da un fuoco che c’era tra Catania e Messina.
Colapesce, tornando in superficie, raccontò al re Ruggero ciò che vide, ma il sovrano non gli credette e obbligò, minacciandolo, di riportare dal mare quel fuoco.
Colapesce gli rispose: «Maestà, vedete questo pezzo di legno? Io mi tufferò con esso, e se lo vedrete rimontare a galla bruciato, vuol dire che il fuoco c’è davvero, come dico io; ma vorrà anche dire che io sarò morto, perché il fuoco brucerà anche me» .
Coraggiosamente Colapesce si tuffò in mare e tutti dal re, ai nobili alla gente del popolo rimasero in attesa che egli tornasse in superficie. Ma tornò a galla solo il pezzo di legno bruciato.

Colapesce rimase in mare nel mezzo di quel fuoco a sorreggere (come tutt’ora fa!) quella colonna mal combinata, perché la sua terra tanto amata non crolli e se ogni tanto la terra tra Messina e Catania trema un po’, è solamente perché Colapesce cambia lato della sua spalla.

(Fonte Tradizioni Sicilia)

Feste e tradizioni

LA VARA 

La Vara Messina

La Vara è un carro di forma piramidale, alto circa 14 metri, dal peso di circa 8 tonnellate, che viene fatto slittare sull’asfalto bagnato ogni anno il 15 Agosto. Il traino avviene ad opera di circa un migliaio di devoti, uomini e donne, giovani ed anziani, che tirano attaccati alle due gomene lunghe ciascuna oltre 110 metri.
Il nome Vara è spesso alternato a quello di Bara, tale essendo la teca che contiene il corpo esangue della Madonna, posto nel piano di base della struttura. E’ bene ricordare che tutti i termini relativi al carro ed ai suoi tiratori sono di derivazione marinara (timonieri, vogatori, gomene, ciurma, fischietto e bandiere), come pure barare è il verbo riferito allo spostarsi della nave quando scivola in acqua, come la Vara scivola sull’asfalto.

Una sorta di enorme slitta sormontata dalla complessa raffigurazione allegorica dell’Assunzione, si muove al grido di Viva Maria, senza sterzo e senza freni, miracolosamente. Sopra la robusta slitta, un tempo in quercia e dal dopoguerra in ferro, vi erano 12 ragazzini che raffiguravano gli apostoli, attorno al corpo giacente della Vergine, seguono nuvole ed angeli e, contrapposti, sole e luna raggiati, quindi il globo terraqueo che sostiene la figura di Cristo, sulla cui destra poggia la candida Vergine. Il tutto è cosparso di figure variopinte di angeli, cherubini e serafini.

La Vara, costruita in un primo tempo nel 1535 per l’ingresso di Carlo V, venne a mano a mano ampliata e, a più riprese, trasformata. Però dopo tante modifiche, essa conserva, nelle spranghe del ceppo, tracce di mano d’opera che fanno pensare ad epoche anteriori al Cinquecento. Per tre secoli destò l’orgoglio dei cittadini, e l’ammirazione dei forestieri. Ed a ragione, quando si pensi ad una prodigiosa piramide umana di oltre 150 fanciulletti, incoronati di fiori e riccamente vestiti, che col gesto e con la voce, rotando in vari sensi, osannano alla Vergine. Fino al 1860 tutti i personaggi erano viventi, la sostituzione con statue di legno e cartapesta fece venir meno il colloquio che, in dialetto messinese, si svolgeva tra Maria e suo Figlio durante le soste. L’intera struttura che è costituita dall’assemblaggio di decine di pezzi che ogni anno vengono montati e smontati, poggia su di una struttura in ferro battuto detta campana, che comprende articolati ingranaggi meccanici che, mossi da abili manovratori, fanno animare tutto l’apparato durante il tragitto, conferendo ulteriore fascino.

In tanti anni della rischiosa cerimonia non si registrano che due soli incidenti; uno nel 1680, quando la Vara si spezzo, dal Globo in su, e sei ragazzi precipitarono tra la folla, senza che alcuno riportasse ferite o contusioni; ed un altro, nel 1738, allorché si ruppe l’asse attorno a cui girava il sole: anche stavolta, i 4 bambini attaccati all’astro restarono incolumi. Dal portento del 1738, scaturì un processo canonico. Fu riconosciuto il miracolo e si volle eternarne la memoria. In origine la Vara era munita di ruote che, dopo il 1565, furono sostituite da scivoli in legno per consentire il trascinamento sul selciato. E a trascinare la Vara mediante due lunghe gomene, è il popolo messinese, con l’azione congiunta di “capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandanti”, al grido di “VIVA MARIA!”.

(Fonte Città Metropolitana di Messina)

I GIGANTI

“Ogni anno, nel mese di agosto, si festeggiano i due “giganti” di Sicilia, Mata e Grifone.
Le colossali statue di Mata e Grifone, detti i “Giganti” secondo la tradizione raffigurano i mitici progenitori della stirpe peloritana. Lui bruno e barbuto, nelle fattezze classicheggianti ricorda il Giove Capitolino, lei Mata, presenta le prosperose fattezze di una popolana.
Dalla seconda metà del secolo scorso i Giganti procedono trainati su carrelli a ruote, mentre in passato i due venivano sollevati dai portatori attraverso pali e staffe basculanti, che consentivano di mantenerli in equilibrio, conferendo peraltro un andamento caracollante alle due statue equestri. Così come per la Vara, la sfilata era accompagnata da tamburi, trombe e dal suono cupo della “brogna” e della “ciaramedda”. Vari figuranti improvvisavano brevi spettacoli per la gioia degli astanti, durante le tappe della passeggiata. A seconda delle versioni i nomi dei due colossi furono: Cam e Rea e Saturno e Cibele, con chiaro riferimento alla mitologia locale.
Diverse e tutte di grande curiosità sono le leggende che ruotano intorno a queste due figure: una forse la più interessante, narra che intorno al 964 il moro Hassam Ibn-Hammar era sbarcato nelle vicinanze delle coste di Messina allo scopo di saccheggiare i paesi tra Camaro e Dinnamare.
Durante una delle sue tante incursioni il moro vide e si innamorò di una fanciulla di nome Marta (da cui Mata), figlia di Cosimo II di Coltellaccio. Contrariati e decisi a rifiutare la proposta di matrimonio del musulmano, i genitori di Marta nascosero la fanciulla in un luogo sicuro, lontano dal pericolo dei saccheggi. Scoperto il nascondiglio segreto, gli uomini che agivano in nome di Hassam rapirono Marta e la consegnarono al loro capo. La povera fanciulla si chiuse in un lungo silenzio e soltanto la conversione del moro al cristianesimo la fece rinascere spiritualmente, tanto da accettare Grifone (questo il nome cristiano del moro) come sposo.

Questa antica storia d’amore rivive all’interno della festa che ricorre il 13 e 14 Agosto.
In queste due giornate Grifone è raffigurato a cavallo, in veste di guerriero che impugna una mazza con una mano e con l’altra lo scudo su cui è inciso lo stemma della città (un castello con tre torri di colore nero su un campo verde); Mata è invece rappresentata da una grande statua con il capo incorniciato da una corona su cui sono disegnate tre torri, a simbolo dei tre porti di Messina.

(Fonte città Metropolitana di Messina)

LA TRADIZIONALE PESCA DEL PESCE SPADA

Feluca - imbarcazione pesce spada stretto di Messina

La pesca nello Stretto con la feluca è una tradizione millenaria.
Una lotta arcaica tra pesce e uomo, una tradizione che nasce dal mare e si alimenta con la leggenda. È la cattura del pesce spada con le feluche nello Stretto di Messina: un rituale affascinante al quale partecipano diverse persone, ognuna con un ruolo fondamentale. Di imbarcazioni con queste caratteristiche ne sono rimaste solo 12 tra Messina e Calabria.

Anticamente era uno straordinario spettacolo unico al mondo che si effettuava nelle limpide acque dello Stretto di Messina tra Scilla e il villaggio Paradiso. Vedere tutte quelle pittoresche barche che giravano dall’alba al tramonto nelle limpide acque dello Stretto alla ricerca della preda, con un “albero” centrale altissimo in cima al quale c’era un uomo che stava di guardia scrutando il mare con gli occhi fissi sull’acqua era qualcosa di magico . Molti hanno scritto, fotografato e filmato questa pesca ma lo spettacolo più bello e affascinante era vivere quei momenti a bordo della feluca assieme ai pescatori.

Il momento cruciale era l’avvistamento del pesce, quando l’antenniere indirizzava il luntro e gridava ai pescatori a bordo tale avvistamento. Capitava che molte volte il pesce o si inabissava o il fiocinatore, anche se raramente, sbagliava.

La pesca del pesce spada, a Messina, era ed è ancora un’arte antichissima che si tramanda di padre in figlio e si pratica a tutt’oggi nelle acque dello Stretto, dai primi di aprile fino a metà settembre, da oltre duemila anni con l’uso, ad inizio stagione, del sorteggio delle “postazioni” che cambiano a rotazione ogni settimana.

Nel Lago Grande di Ganzirri ancora oggi ci sono una “Feluca” ed un “Luntro” a testimonianza del nostro glorioso passato marinaro. La stessa Feluca viene utilizzata per trasportare la statua di San Nicola, il giorno della sua festa in agosto, all’interno del Lago, attorniato da lumi posti nelle acque e da tutte le barche dei pescatori del luogo.

E’ possibile effettuare dei tour di una giornata  proprio durante la pesca del pesce spada, mangiando anche bordo.

(Fonte Corriere del Mezzogiorno)
(Fonte Messina Ieri e Oggi)

Cucina messinese

La cucina messinese è una delle più antiche in Sicilia e risente soprattutto dell’influenza greca, pur rappresentando un filone assolutamente originale. Si basa in particolare sul pesce ed i frutti di mare, sui dolci a base di mandorla, canditi e ricotta, oltre che sull’arte della gelateria, particolarmente apprezzata per le granite. Rispetto ad altre tradizioni culinarie siciliane, presenta influenze arabe di gran lunga minori, il che rende meno zuccherati o melensi i dolci messinesi rispetto a quelli preparati in altre parti dell’isola. Il rapporto con la cucina greca emerge anche dall’importanza dell’olio extravergine d’oliva, molto più utilizzato rispetto al resto della Sicilia, anche per cucinare le fritture.

Se avete un solo giorno per visitare Messina e non potete fermarvi in un ristorante o una trattoria, allora la soluzione è assaggiare l’ottimo street food:
• Arancini;
• Calia e simenza (ceci tostati e semi di zucca secchi);
• Mozzarella in carrozza;
• Focaccia alla messinese;
• Pidone (pane rustico condito con pomodoro, acciughe, formaggio, scarola);
• Schiacciata (focaccia cotta al forno, condita con olio d’oliva e salata).

Se invece avete la possibilità di concedervi un pasto completo allora come è consuetudine bisogna partire dagli antipasti/contorni:
• Caponata;
• Insalata di stoccafisso;
• Insalata di polpo;
• Salame Sant’Angelo di Brolo (un preparato con carne di maiale);
• Provola dei Nebrodi.

Dopo gli antipasti, com’è giusto che sia, vengono i primi. E a Messina avrete semplicemente l’imbarazzo della scelta:
• Spaghetti al tonno alla messinese;
• Pasta con le sarde;
• Pasta con cavolfiore alla messinese;
• Pasta con la mollica;
• Macco di fave (crema di fave e verdure);
• Doppiette di melanzane alla messinese;
• Pasta ‘ncaciata (preparata al forno utilizzando ingredienti semplici).

Se i primi non vi hanno già saziati potete anche ordinare uno dei secondi che rientrano nella cucina tipica di Messina:

  • involtini e impanata di pesce spada;
  • stocco alla ghiotta;
  • polpette di baccalà;
  • cozze alla messinese;
  • lumache di terra (ntuppateddi);
  • ‘u sciuscieddu (una minestra ricca) alla messinese;
  • e questo solo per citare alcuni dei piatti tipici.

Citare tutti i dolci della cucina messinese è quasi impossibile ma andrebbero almeno menzionati:
• Cannoli;
• Cassata;
• Granita (anche se la tradizione vuole che si mangi a colazione);
• Pasta reale;
• Bianco e nero (dolce simile ai profiteroles);
• Crespelle di riso;
• Cuddura (ciambella intrecciata che può essere anche salata);
• Frutta di Martorana (dolci di farina di mandorle e zucchero a cui viene data la forma di un frutto)

Ecco quindi cosa mangiare a Messina: durante la vostra vacanza non dimenticate di rendere il giusto omaggio a questa rinomata cucina.

(Fonte Wikipedia)
(Fonte Traghetti per la Sicilia.it)

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